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ottobre 16th, 2014
Italia bollita

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L’Italia è in svendita? Diventerà uno stato cuscinetto usato dall’Europa per proteggersi dalle invasioni dal Mediterraneo o dai problemi sanitari come l’Ebola? Veramente non c’è speranza alla crescente burocratizzazione, corruzione e degrado o dobbiamo agire, o reagire? Ed uscire da questo effetto di “Rana Bollita”? Ivan Rizzi affronta questi argomenti con grande visione ed analisi, evidenziando una serie di quesiti e fatti incontestabili.

Diversi punti vengono affrontati: il sistema della disinformazione italiana formato da caste mediatiche strettamente vincolate a quelle politiche e finanziarie; il familialismo amorale; la tassazione-vessazione del lavoro produttivo e dei beni privati che continua imperterrita a desertificare il nostro futuro, privilegiando il lavoro improduttivo e parassitario con imposte sul lavoro e sulle imprese che desertificano le strutture produttive creando masse di disoccupati o le tasse sugli immobili che finiranno per distruggere l’intera economia! Oltre a un governo che rimane schiacciato su un buonismo ipocrita e indifferente ai milioni di poveri cittadini bolliti e tenuti a sopravvivere in attesa di un pensionamento mediocre pre-mortis!

Rizzi ci descrive un’Italia priva di dignità ed orgoglio, dalla quale dobbiamo tutti, civilmente, scuoterci e reagire.

RANA BOLLITA

di Ivan Rizzi IASSP

Anche i medici di un ospedale oncologico accreditatissimo rimasero consternati di fronte al caso di una giovane paziente morta da diversi giorni con il cancro che l’aveva uccisa ancora in piena attività, se non fosse una frase infelice, si potrebbe dire in ottima forma.

È quello che sta accadendo alla vita del Paese. Il parassita si è ormai insediato nella nostra società, è divenuto metastasi e la vita democratica è diventata indifendibile.

Il bello è che tutto ormai passa tra indifferenza e rassegnazione in un flusso incessante di notizie.

Le notizie, anche se ci segnalano il nostro inarrestabile processo di emarginazione dalla scena politica internazionale, di perdita di sovranità democratica e di inarrestabile impoverimento diffuso, sono solo notizie.

Come è noto basta centellinarle, somministrarle un poco alla volta preparandoci al peggio come nella storiella della rana bollita: immergere la rana in acqua tiepida e avviare la cottura a fuoco lento, vedrete che la rana si ritroverà bell’è cotta senza accorgersene.

Si potrebbe dire che i fatti sono nascosti dietro le notizie. Tutto il sistema disinformativo italiota non è che uno spettacolo continuo in cui la moltitudine, come è chiamato il popolo di una volta, paga come fosse puro intrattenimento le dispute retoriche della “compagnia di giro” ossia della casta politico mediatica (non a caso c’è un perpetuo avvicendarsi tra politici e star mediatiche), paga perché questi signori consolidino il loro appeal, la loro notorietà e insostituibilità, il consenso.

Il capolavoro del nostro progressivo impoverimento è che lo si sta accettando supinamente, senza nemmeno un alito di livore, senza una reazione di protesta, senza ira. Ognuno si chiude nelle quattro mura domestiche, tace o si sfoga con il congiunto più debole riversando in se stessi il fallimento di una classe politica cui ha confidato e creduto.

Resiste solo quel vecchio familismo amorale che ha contagiato la gente dominata da poteri sempre ritenuti estranei nel nostro Mezzogiorno. Resiste perché resiste il voto di scambio.

Dopo 6 anni di recessione anche un bollettino di guerra diventa noioso, soprattutto quando la speranza se ne è andata da un pezzo.

Paghiamo i media (canone, costo dei giornali e il loro finanziamento) che la politica utilizza come gruppi di pressione privata. I media stessi sono ormai diventati un gruppo di pressione, caste mediatiche strettamente vincolate a quelle politiche e finanziarie. Anche qui gli interessi di un’informazione libera e critica divergono da quelli dei grandi media, degli showman. Chi non ha ceduto alla ebetudine è ormai è alla nausea.

Intanto la tassazione–vessazione del lavoro produttivo e dei beni privati continua imperterrita a desertificare il nostro futuro. Del resto nulla cambierà se non costateremo de visu la riduzione reale del debito pubblico, se non verranno intaccati i c.d. diritti acquisiti, non se si equilibrano le pensioni retributive con quelle contributive, il guadagno e il profitto produttivo con le rendite di posizione.

Ma nulla potrà cambiare senza la giustizia della forza, visto che non esiste una forza della giustizia, senza una prospettiva ideale, un impulso morale e perfino spirituale. La cosa che muove il cambiamento, lo permette in quanto sa coinvolgere le giovani generazioni (la spiritualità e il desiderio sono impulsi giovanili, la lotta non può iniziare a 60 anni).

Dobbiamo aspettare quindi che qualcosa nasca e si consolidi come forza transitiva al di fuori dell’attuale politica, oltre ai suoi sodali alleati. Una forza che nasca dall’ira, dal merito impagato e dal pensiero critico. Dobbiamo costruirla, prepararla, formarla.

Bisogna mandare i nostri figli e nipoti alla scuola di strategia e di libertà, sapendo che non è altro che una École de guerre économique, come nella esplicita dizione di una grande università francese.

Il mondo politico non sa esprimere più idee, non sa mostrarci un futuro.

Il centro sinistra recita con una nuova retorica le litanie già inaugurate dai precedenti governi, il centro destra sembra in stato confusionale tra il patto del Nazareno e un ideal-liberismo che non ha mai capito né tantomeno tentato di attuare. I pentastellati vivono la contraddizione del qualunquismo critico da un lato e dall’altro del fascino della sinistra pura e dura che epura, un ennesimo doppione, nonché un’idea molto approssimativa della dimensione morale.

Nonostante una diffusa simpatia sono destinati all’inconcludenza e alla nientificazione, non sapendo ancora da dove nasce la ricchezza di un paese che diviene la ricchezza di un popolo.

Intanto nessuno si azzarda a mettere mano alla riforma della democrazia, alla sua manutenzione pratica e concettuale.

In verità tutti sappiamo che non è solo la classe politica la protagonista del default morale, economico e culturale del paese.

Ciò che assistiamo è lo storico scontro tra il lavoro produttivo e il lavoro improduttivo-parassitario. Dove sta bellamente vincendo a mani basse il secondo. Vince la rendita di posizione, il capitale finanziario, la compagnia di giro della nostra politica, e soprattutto la burocrazia, perché non dimentichiamoci che lo Stato non siamo noi, sono gli statali, in primis l’alta burocrazia che è forse più forte degli stessi partiti, è lei che governa senza rispondere mai dei propri errori, degli insabbiamenti strategici, della lentezza oculata. Non ha nemmeno bisogno di cercare il consenso. L’alta burocrazia di stato è ciò che un tempo si definiva il corpo sociale reazionario, ossia il vero partito conservatore molto sensibile ai propri privilegi. I capi di gabinetto, i consiglieri di stato, i vertici della ragioneria generale, i responsabili degli uffici legislativi dei ministeri, e poi la loro deriva locale… Sono loro che permettono alle scelte del governo di essere reali, sono loro che scrivono o che non scrivono i decreti attuativi, la base operativa per attuare leggi e riforme (infatti sono fermi oltre 500 decreti dei precedenti governi).

A seguire c’è l’oscura burocrazia minuta, il braccio esecutivo di un apparato dove nessuno paga se sbaglia.

Perché allora lavorare, impegnarsi a ridefinire e migliorare la nostra professione, a cosa serve studiare per le giovani generazioni, perché rilanciare l’impresa, innovare, costruire. Non serve se poi il parassita ti depreda si chiami stato neosovietico che sogna il controllo totale, o finanza del debito. Non serve mentre si scolora lo stato di diritto. La giustizia non difende il giusto dilatando all’inverosimile i suoi tempi, peraltro insindacabili. Lo scrittore Stevenson ci dice che “partire colmi di speranza è meglio che arrivare”, ma quella speranza che ha permesso la Ricostruzione e la modernizzazione del paese se ne è andata da un pezzo.

Il nuovo ordine sociale è la post-democrazia, la democrazia senza bisogno del popolo, quest’ordine ha il compito di amministrare il processo che ha creato la depressione e che ha innescato la svalorizzazione del lavoro produttivo.

In questo scenario gli interessi delle componenti sociali, sono realmente e inesorabilmente antagonisti. L’interesse non è più il vago “Bene comune”, qualcosa da condividere, qualcosa utile ai più. L’interesse è divergente: quello dell’apparato pubblico e delle caste protette, non è quello del lavoro produttivo.

Condividiamo con Giuseppe de Rita che “le imposte sugli immobili non hanno senso. Tassando il patrimonio si finisce per distruggerlo”, ricordo che da sempre il volano di avvio della ripresa è l’edilizia, nell’attesa di un ritorno delle piccole imprese, come negli anni ’60.

Come siamo arrivati a questo punto di non ritorno? È importante saperlo, ma è più importante rendersi conto che non è più possibile andare avanti così. È umiliante oltre che sgradevole fare la fine della rana bollita.

Ma ancora tutto tace, i vecchi si infilano in un pensionamento deluso pre-mortis, i giovani se possono fuggono all’estero votandosi per lo più a lavori secondari (solo una parte irrilevante e fortemente liquida può aspirare a ruoli di rilievo), quelli che restano, come è noto, sono destinati a parcheggi interminabili che sviliranno per sempre l’orgoglio di sé. Accuditi da una famiglia ormai maternizzata , intimamente fragili come bicchieri di cristallo, sostenuti e quindi umiliati dal Welfare famigliare non sembrano certo volere veramente una trasformazione dello stato di fatto. Il paese dovrà impoverirsi fino all’osso perché nuove masse d’ira sappiano reagire! Simone Weil diceva che ogni generazione deve avere la sua rivolta, anche senza versare il sangue del padre come voleva Freud.

Intanto un governo schiacciato su un buonismo ipocrita e in realtà indifferente, come sanno esserlo i professionisti del privilegio, ospita un numero imprecisato di immigrati con costi che nemmeno un stato liquido potrebbe permettersi. L’operazione “Mare nostrum”, il grande comitato di accoglienza d’onore per i profughi, non è affatto un atto di sensibilità umanitaria, non ha salvato migliaia di vite umane, le ha condannate a continuare a morire, senza nemmeno tentare una via di aiuti e di mediazione nei paesi di origine. Viceversa le immette senza regole in un paese già fragile sul piano civile e provatissimo su quello economico: un paese che non sostiene come dovrebbe i propri disoccupati, i propri poveri e propri vecchi, ossia quelle condizioni che potrebbero essere quelle di tutti noi, basta aspettare.

L’Italia, priva di sovranità e di orgoglio di appartenenza si appresta a essere un “paese cuscinetto”, un luogo dove far sfogare come contro un cuscino di gomma i disagi delle inarrestabili ondate migratorie, con le possibili derive di conflitti religiosi, economici e comportamentali in attesa di quelli razziali.

Non è tanto un’accoglienza evocata dalla cristiana compassione, ma è lo scenario di una Pax americana che la sta imponendo, la stessa che ha permesso al nostro Capo del Governo di bruciare le tappe e diventare vicerè almeno fino alla fine del 2017.

Tutto questo sapendo che sulla terra non vince mai l’intelligenza, vince la necessità, né accade che i giovani sappiano e che i vecchi possano, ma si può solo sperare che qualche volta i vecchi sappiano e i giovani possano.

 Ivan Rizzi

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