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Proposta di legge: malgoverno, finanza ed economia

La tassazione totale su chi opera e lavora, sia nel privato sia nel pubblico, deve essere ridotta così:

– azzerata per chi ha redditi più bassi lasciando al cittadino un reddito sufficiente per vivere dignitosamente,

– progressiva, ma comunque non oltre il 30% del reddito, per le imprese che reinvestono o lasciano gli utili in azienda. Per i redditi elevati non dovrebbe mai superare il 40% complessivamente.

Le nuove imprese, i giovani che intraprendono e chi li finanzia, devono avere un congruo periodo di non tassazione al fine di incentivarne la crescita e lo sviluppo e favorire l’occupazione come sancisce l’articolo 1 della nostra Costituzione. Chi si arricchisce illecitamente, in modo fraudolento o mafioso o evadendo le tasse, dovrà restituire l’illecito alla comunità e ne risponderà con il proprio patrimonio.

 

Proposta di legge per eliminare una buona parte dell’evasione

Con una tassazione media allineata a quella dei 5 paesi OCSE più virtuosi, la propensione all’evasione fiscale da parte del lavoratore e dell’imprenditore verrebbe ridotta in modo significativo.

Le tasse saranno destinate per il 35% al Comune di residenza e tutti, cittadini e amministratori, dovranno collaborare alla corretta gestione di queste. Dovranno inoltre vigilare e verificare che il tenore di vita dei sospetti evasori e la loro dichiarazione dei redditi sia coerente e allineata. Dovendo pagare di tasca loro quello che eventualmente un evasore non paga, avverrà quello che avviene in molti stati federali: l’evasione verrà ridotta drasticamente o meglio eliminata. Questo perché si diffondano il senso di responsabilità la consapevolezza che sono tutti i cittadini, insieme, a formare lo Stato. Un sistema auto-regolamentato, che decide, che verifica l’ammontare delle tasse, che vigila affinché tutti rispettino le regole. Un altro 35% delle tasse andrà alla Regione e il rimanente 30% allo Stato centrale (federale) che provvederà anche alla solidarietà fra Regioni.

L’ammontare complessivo della pressione fiscale non dovrà superare il 30% sul reddito per le imprese che reinvestono o lasciano i loro utili in azienda, con esenzione parziale o totale a chi ha i redditi più bassi. È dimostrato che tenere pressioni fiscali elevate induce a evasioni altrettanto elevate, molto meglio favorire il lavoro e l’impresa, che possono invece essere una risorsa in grado di generare meriti ed entrate per lo Stato in maniera più dinamica e significativa. A tasse ragionevoli ed equilibrate, non vessatorie, andranno affiancate misure anti-elusione e anti-evasione altrettanto efficaci, simili a quelle in uso oggi in altri Stati federali, ma approvate e condivise da tutti i cittadini. La stima dell’evasione oscilla fra 60 e 90 miliardi/anno, questo corrisponde a un mancato gettito per circa 30/40 miliardi/anno. Le misure sopra illustrate compenserebbero largamente la detassazione sul lavoro, su imprese e start up, come avvenuto in altri contesti internazionali.

Per ridare spinta ed energia all’intero sistema le tasse sui lavoratori e sulle imprese dovrebbero quindi essere tagliate di almeno il 2/3% l’anno per arrivare ottimisticamente ad un taglio del 30/50% nel giro di 5/8 anni. Così facendo, le imprese sarebbero capaci di generare occupazione e lavoro, e il potere d’acquisto dei cittadini aumenterebbe. Questo garantirebbe maggior benessere e maggiori introiti per lo Stato.

Le imprese italiane sarebbero disposte a rinunciare ai 20/30 miliardi di incentivi all’impresa distribuiti dallo Stato ogni anno (per il 70% destinati alle solite imprese non private) purché la tassazione alle imprese venga ridotta (come proposto dal Presidente di Confindustria Squinzi).

Per ridurre drasticamente il debito pubblico (da 2.000 a 1.700/1.400 miliardi per avvicinarsi in pochi anni ai 1.000 miliardi che sono un ammontare compatibile con la nostra economia), abbassando sensibilmente gli interessi abnormi sul debito, dovranno essere creati da Stato e Regioni dei fondi di gestione, quotati e controllati dalla borsa e dai cittadini, all’interno dei quali siano collocati tutti gli immobili, le partecipazioni e le attività pubbliche. Il ricavato ottenuto dalla collocazione di questi fondi sul mercato, abbatterà il debito pubblico per centinaia di miliardi di euro, dimezzandolo. Il nostro Stato ritornerebbe a un livello di debito accettabile e gestibile, senza divenire un pericolo o un peso per le future generazioni. Una volta che il governo sarà in grado di garantire tasse più eque e una spesa contenuta per legge su un massimo del 35-40% del PIL, come negli altri paesi OCSE, si potrebbe pensare a un obbligo all’acquisto di alcuni di questi titoli quotati dei fondi, da parte di cittadini e aziende con patrimoni rilevanti. Avremmo così una patrimoniale, accettata e voluta dai cittadini, con fini etici e sociali poiché mirata all’investimento e non gettata nella voragine della spesa pubblica.

 

Riassumendo, bisognerà:

– collocare sul mercato tutte le società di gestione dei servizi a partecipazione pubblica esistenti, che sono spesso un mezzo/copertura per sistemare politici non collocati. Il “pubblico” non deve mai fare l’imprenditore ma creare regole trasparenti e gare per la gestione di queste società, al fine di ricavare il massimo del reddito da una loro trasparente amministrazione. Queste vendite permetterebbero di ricavare ulteriori 100/200 miliardi,

affidare la gestione di tutti gli enti e/o attività di servizio (es.: carceri, ospedali, vigilanza stradale, gestione parcheggi, pulizie, smaltimento rifiuti, distribuzione del gas, acqua, energia elettrica, strade, autostrade, ferrovie, stazioni, porti ed aeroporti, ecc…) a società private o assegnarla attraverso bandi e gare. Questo prevedendo leggi severe anti-cartello, che stimolino la concorrenza, con almeno 5 imprese per ogni servizio in concorrenza fra loro, in modo che il cittadino possa trasferire senza oneri il servizio da un fornitore all’altro, in termini veloci e sottraendolo da ogni e qualsiasi politica protezionistica o monopolistica. Questo dovrebbe garantire, nel giro di 5 anni, un ricavo di ulteriori 100/200 miliardi.

– attuare il federalismo e tagli alle spese pubbliche: devono essere ridotte drasticamente, dalla Presidenza della Repubblica al parlamento, che potrebbe anche ridurre il numero dei suoi parlamentari. Vanno attuate simili riduzioni del numero di consiglieri in tutti gli enti, regioni, comuni e portato avanti il nuovo ruolo delle province, finanziate dai comuni, come uffici di aggregazione dei servizi e delle reti per i comuni più piccoli, che vanno accorpati. Tutti i disoccupati vanno impiegati nel civile, va fatta una riqualificazione di tutto il personale in esubero con un re-impiego che sia più produttivo ed utile ai cittadini. Va attuato un federalismo fiscale e funzionale (tasse e servizi distribuiti 35% ai comuni, 35% alle regioni e 30% allo Stato come nei più efficienti stati federali).

Poche leggi, con le relative regole attuative, salverebbero l’Italia dal default, riequilibrerebbero in pochi anni i conti dei nostri enti (statali, regionali, comunali) e soprattutto farebbero ripartire l’economia ridando energia e fiducia ai nostri giovani e alle future generazioni.

Alcuni dati per dimostrare la fattibilità delle nostre proposte.

La spesa annua totale dello Stato va da 970 a 1.020 miliardi di euro circa, una cifra pari al 65% del PIL, se includiamo la restituzione annua del debito in scadenza. Di questi, 720 miliardi sono di spesa corrente e 250-300 di rinnovo del debito compresi gli interessi. Lo Stato potrebbe risparmiare fino a 110 mld/anno di rinnovo debito e 50 miliardi di interessi se il debito diminuisse in questo modo:

– almeno il 15-20% in un primo periodo di 3/5 anni,

– dal 20% al 40% ed ottimisticamente fino al 50% nei successivi anni mediante l’alienazione del patrimonio e partecipazioni attraverso dei fondi quotati.

Un risparmio annuo totale tra i 100 e i 160 miliardi ottenibile solo grazie alla misura dei fondi, sopra menzionati, che tutti i cittadini e le imprese sottoscriverebbero con una parte della loro disponibilità economica.

Altre misure immediate sono possibili: 

– la cancellazione delle piaghe “corruzione e mafie” che da sole corrispondono a 5% del PIL e, se eliminate, significherebbero un maggior reddito per lo Stato di 60/90 mld/anno,

– i privilegi di casta, politica e burocrazia vanno eliminati, semplificati e alleggeriti per allineare i loro costi alle medie di quelli dei paesi più virtuosi dell’OCSE, con ulteriori sensibili risparmi per lo Stato. Nell’era digitale, informazione e burocrazia dovrebbero viaggiare via web: così facendo tutti i processi sarebbero snelliti, i servizi al cittadino sarebbero erogati più rapidamente e sarebbe garantita una maggior trasparenza.

Il reddito degli italiani, negli ultimi 15 anni, è diminuito del 20% rispetto alla media OCSE. La produttività è diminuita del 15% in 15 anni, mentre in Germania e Francia è aumentata del 10% portando il divario ad un -25%. La capacità di spesa degli italiani, nello stesso periodo, è diminuita del 40% (siamo diventati cioè più poveri del 40%).

I fattori di crescita annua del PIL Italiano, negli ultimi 10 anni vedono una crescita media dello 0,7% quando la media OCSE è del 2,3%. Del 3,5% per i 5 migliori paesi OCSE, del 6/10% per l’area CINDIA o BRIC. Questo spiega bene perché la capacità di spesa e quindi il benessere dei cittadini diminuisce rapidamente, minando la sostenibilità della spesa sociale elevata (pensioni, sanità, socialità, scuola, servizi…)

OCSE  rileva che il gettito IVA, in rapporto al PIL, è di circa il 6,5% in Italia contro una media OCSE del 8% circa, cioè l’1,5% in meno sul PIL recuperabile con una condivisione e coinvolgimento pro-attivo di tutti i cittadini. Se ne deduce che l’IVA evasa dovrebbe essere, raffrontando la media OCSE di 20/30 mld/anno e non centinaia di miliardi/anno come spesso leggiamo sui giornali. Il rapporto sull’Italia dell’OCSE del settembre 2012 evidenzia come la percentuale di persone abili al lavoro in età compresa fra i 15 e i 64 anni sia in Italia del 20% inferiore rispetto ai cinque migliori paesi OCSE e comunque del 10% inferiore alla media dei 34 membri. È da noi del 63% (-10% disoccupazione = 57%) contro un 76% (- 8% disoccupazione = 70%) oltre il 22% di popolazione meno attiva, o alle quali abbiamo dato una prematura e lauta pensione che comunque dovremmo adeguare al fine di evitare un default dei conti.

Parlando di tasse, dall’articolo del 26 ottobre 2012 tratto dal web: http://www.rischiocalcolato.it/2012/10/guest-post-in-questa-italia-post-atomica-benedetto-sia-il-nero.html emerge quanto lo Stato “mangi” sul nostro PIL. In Italia la pressione fiscale è andata sempre più crescendo. Tanto che, spiega Ugo Arrigo, dal 2005 al 2012 (con i governi politici Prodi e Berlusconi e il governo tecnico Monti) il PIL nominale è cresciuto di 128 miliardi e il gettito fiscale di 124. Il maggior gettito risulterà quindi aver assorbito il 97% del maggior PIL (nominale).
A questo punto però una domanda al governo Monti bisogna porla: come si può pensare che gli italiani siano disponibili a impegnarsi per produrre più PIL (nominale) se hanno sperimentato che il governo è disponibile a sottrarglielo tutto al fine di cercare di aggiustare il suo bilancio?

 

 

In pratica, dal 2005 al 2012 man mano che saliva il PIL, aumentava anche la Pressione Fiscale. Ecco il perchè della mia affermazione: l’unica ricchezza che ormai i cittadini riescono a percepire, l’unico valore aggiunto del loro lavoro è il “nero”, tutto il resto svanisce nella fornace dello Stato in un rapporto 10:1 ovvero: io pago 10 di tasse e lo Stato in cambio mi eroga servizi per 1. Del resto è noto a tutti: in media in Italia le ricchezze e i risparmi sono stati creati fino agli anni ’90, da quel momento in poi è stato solo un periodo di sopravvivenza e difesa di quanto acquisito. Eccezione fatta per le varie caste che ancora riescono ad accumulare ricchezza.

Fonte: http://www.fermareildeclino.it/approfondimento-liberalizzazioni 

Uno studio della Banca d’Italia ha mostrato che la piena liberalizzazione del settore dei servizi – grazie alla quale il margine convergerebbe verso i livelli medi europei, consentirebbe una crescita, nel lungo periodo, dell’11% del PIL, dell’8% dell’occupazione e del 18% degli investimenti, mentre i salari reali salirebbero del 12%. In generale noi vogliamo aumentare la concorrenza perché:

– fa calare i prezzi, in quanto uno degli strumenti attraverso cui le imprese possono accrescere la loro quota di mercato è conquistare nuovi clienti offrendo occasioni più convenienti,

– spinge le aziende a investire per migliorare e differenziare i loro prodotti o servizi, incrementandone l’efficienza e la produttività,

– incentiva l’innovazione, consentendo di creare nuovi mercati e ampliare la libertà di scelta dei consumatori. 

Tasse e contributi – Italia Vs Europa (da Radio24 del 29 ottobre 2012): 100 euro di utili imprese Italiane diventerebbero 200 in Inghilterra, 300 in Spagna, 400 in Grecia e 600 in Polonia.

Il “Movimento per la Gente” ed altri lamentano come sia mancata, e serva quindi ai nuovi governanti, una capacità di visione e di indirizzare, con specifiche leggi, l’economia italiana. Oltre alle nuove tecnologie (es: digital mediali, biogenetiche, nanotecnologie, avionica, marittima, automotive, componentistica e robotica con macchine con sistemi produttivi flessibili) manca un’attenzione ai grandi giacimenti italiani come agricoltura, turismo e cultura, artigianato artistico, design e abbigliamento, settori tradizionali ma con una grande potenziale di export nel mondo.

L’Italia uscirà dall’EURO? Visioni e letture consigliate: Claudio Borghi, economista e professore di Economia alla univ. Cattolica di Milano, in un’ intervista (visibile a questo link) chiarisce bene il suo punto di vista, molto condivisibile, sull’eventuale uscita dell’Italia dall’EURO. In sintesi la nostra entrata nell’Euro ha facilitato le nostre importazioni (soprattutto dalla Germania) ma ha impedito alle nostre imprese di rimanere competitive. Un’uscita dall’euro con relativa svalutazione della nostra moneta darebbe un vantaggio competitivo alla nostra economia che crescerebbe e vedrebbe l’occupazione dei cittadini crescere velocemente. Tutti concordano che dobbiamo tagliare la spesa pubblica, e lo si deve fare urgentemente, ma non possiamo continuare a prelevare con le tasse il 50% del Prodotto Interno Lordo poiché distruggeremo non solo le nostre imprese ma impoveriremo tragicamente un intero popolo.

Se non riusciremo, come proposto, a tagliare la spesa statale, l’unica misura  che ci rimarrà, (e prima lo faremo meno usciremo debilitati) sarà allargare la base monetaria entro limiti moderati 3-5% all’anno, e cioè stampare ed immettere moneta nell’economia. È la medicina, che stanno applicando quasi tutti gli stati, per vedere l’economia crescere e il popolo prosperare, e sembra che lo possiamo fare solo se usciremo dall’EURO.